martedì 10 febbraio 2009
Decreto Gelmini: Tanto rumore per nulla...
Tanto rumore per nulla. C’è qualcosa di profondamente vuoto nelle manifestazioni che negli ultimi mesi hanno visto protagonisti coloro che si proclamano contro la “riforma Gelmini”. Non perché sia illegittimo protestare, e davvero è ormai stucchevole il teatrino con cui si confonde l’opporsi a chi contesta con un fantomatico rigetto verso l’atto di manifestare in piazza in sé. E nemmeno perché la grancassa mediatica fosse imprevista: trecento studenti che occupano un aula rappresentano un evento molto più “notiziabile” delle migliaia di loro colleghi che in quell’istante se ne stanno da un’altra parte.In merito al tema in sé è stato detto tutto, e ormai perfino i sassi conoscono le molte strumentalizzazioni messe in atto, nonché l’indispensabilità e l’inevitabilità di intervenire con dei tagli presso un comparto, quello scolastico, che produce poco e costa troppo. Il primo a dirlo è stato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Nota è, per altro, la contiguità, in primis in tema di tagli alla ricerca, tra ciò che è previsto dalla “riforma Gelmini” e le conclusioni a cui Fioroni e Padoa Schioppa (governo Prodi) giungevano nel loro Quaderno Bianco relativo alla scuola, pubblicato appena un anno fa. Basta leggere e informarsi per esprimere un’opinione in maniera più credibile; e per afferrare un concetto semplice ma difficile da accettare per i rabdomanti del pretesto facile: il problema della coperta troppo corta nella gestione della cosa pubblica molto spesso non ha una colorazione politica. Basti pensare che, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, l’abbandono del maestro unico venne candidamente giustificato dal legislatore con motivazioni di tipo occupazionale.
Ma c’è dell’altro. Ciò che spiazza è la superficialità disarmante con cui molti giovani si fanno influenzare, l’inerzia con cui si fanno tirare per la giacca, manifestano in sollevamenti di piazza ad orologeria. Molto spesso le fila di quelle mobilitazioni sono tirate dagli stessi “baroni” delle Università che si battono continuamente per alzare la propria età pensionabile (per ora siamo a 72 anni, se non è aumentata ancora…), e che hanno reso alcuni atenei delle caste regolate da nepotismo e clientelismo. Quale sarà il prossimo passo? Magari la cattedra ereditaria, o l’usucapione delle aule…
L’amara impressione è che molti di quei giovani inseguano un Sessantotto che è finito 40 anni fa, scimmiottando un mito perché incapaci di capirlo davvero. E perché emularlo con qualche grido e qualche cartello è infinitamente meno faticoso che esserne degni dell’eredità culturale; eredità che si misura con il rifiuto dei giovani di essere carne da macello, sia per le guerre e che per i giochi di potere, e anche con il diritto-dovere di ragionare con la propria testa.
In contrasto con i padri, i superiori o il pensiero dominante se necessario.
Ma a quale prezzo? Nell’ingenuità con cui molti giovani “svendono” la propria partecipazione vi è talmente poca coscienza di sé e del proprio valore come cittadini, che spesso essi sono colpevolmente ignari del peso del proprio corpo in una manifestazione di protesta. E, nella società dell’informazione, una folla facilmente documentabile è moneta sonante per chi persegua fini economici e politici. Poco importa quanto tali fini siano espliciti.
Quando questi giovani appartengono alla categoria degli studenti, ovvero coloro che hanno la fortuna di studiare e possono godere di canali d’accesso privilegiati a cultura e informazione, la cosa si fa grave. Ancor di più, se vivendo a contatto con le ambiguità e le ingiustizie del sistema scolastico, universitario nello specifico, decidono di affrontarle percorrendo un binario nella direzione sbagliata. E se qualcuno di questi studenti ha anche l’ambizione di essere professore, ricercatore o amministratore nel mondo di domani, allora davvero c’è poco da stare allegri.
Ma c’è dell’altro. Ciò che spiazza è la superficialità disarmante con cui molti giovani si fanno influenzare, l’inerzia con cui si fanno tirare per la giacca, manifestano in sollevamenti di piazza ad orologeria. Molto spesso le fila di quelle mobilitazioni sono tirate dagli stessi “baroni” delle Università che si battono continuamente per alzare la propria età pensionabile (per ora siamo a 72 anni, se non è aumentata ancora…), e che hanno reso alcuni atenei delle caste regolate da nepotismo e clientelismo. Quale sarà il prossimo passo? Magari la cattedra ereditaria, o l’usucapione delle aule…
L’amara impressione è che molti di quei giovani inseguano un Sessantotto che è finito 40 anni fa, scimmiottando un mito perché incapaci di capirlo davvero. E perché emularlo con qualche grido e qualche cartello è infinitamente meno faticoso che esserne degni dell’eredità culturale; eredità che si misura con il rifiuto dei giovani di essere carne da macello, sia per le guerre e che per i giochi di potere, e anche con il diritto-dovere di ragionare con la propria testa.
In contrasto con i padri, i superiori o il pensiero dominante se necessario.
Ma a quale prezzo? Nell’ingenuità con cui molti giovani “svendono” la propria partecipazione vi è talmente poca coscienza di sé e del proprio valore come cittadini, che spesso essi sono colpevolmente ignari del peso del proprio corpo in una manifestazione di protesta. E, nella società dell’informazione, una folla facilmente documentabile è moneta sonante per chi persegua fini economici e politici. Poco importa quanto tali fini siano espliciti.
Quando questi giovani appartengono alla categoria degli studenti, ovvero coloro che hanno la fortuna di studiare e possono godere di canali d’accesso privilegiati a cultura e informazione, la cosa si fa grave. Ancor di più, se vivendo a contatto con le ambiguità e le ingiustizie del sistema scolastico, universitario nello specifico, decidono di affrontarle percorrendo un binario nella direzione sbagliata. E se qualcuno di questi studenti ha anche l’ambizione di essere professore, ricercatore o amministratore nel mondo di domani, allora davvero c’è poco da stare allegri.
a cura di Raffaele Rizzuti
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